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giovedì 7 febbraio 2013

Il solito casino

Ho fatto un po' di cazzate ultimamente.
Cose confuse, uomini a caso, lavoro chissenefrega, ciucche tristi passate sulle scale di qualche pub a disperarmi per cose che sono nuove ma che alla fine sono sempre le stesse.
Poca musica, meno del solito.
Molto lui. Il collega fidanzato. Che grazieaddio questa settimana è in vacanza, almeno non devo farci i conti tutti i giorni. E' di un bello disarmante. Continua ad essere gentile con me, flirta ma non tocca. 
Lo odio. Perchè mi sale l'ansia abbandonica praticamente ogni giorno dal lunedì al venerdì. Così ho smesso anche di salutarlo. Ma lui niente, continua ad essere gentile. Maledetto te, i tuoi occhi azzuri, il bicipite che fa capolino dalla camicia, il sorriso stupendo, la barbetta accennata.

Poi ci sono gli amici che anche se sono presenti fisicamente non lo sono mentalmente. E qualcuno non è presente in nessuno dei due sensi. Io ho degli amici stupendi, ma in questo momento sono tutti assorbiti dalle loro vite (incasinate, per lo più), e chiedono-chiedono-chiedono, a me che non ho niente da dare, ma che avrei bisogno di ricevere e non ricevo perchè probabilmente ora nemmeno loro hanno niente da dare.

Mi sono trovata a fare cose fighissime e altre sfigatissime nel corso della stessa sera.
Tipo andare ad un party molto selezionato ed esclusivo e tornare a casa e aspettare il malefico musicista per un'ora a casa (di notte). E lui non si è nemmeno presentato.

Poi ho fatto anche altre cose, ma ho un po' di remore a raccontarle.
Magari tra un po'. Magari se l'ansia se ne andasse, se la smettessi di raccontare palle all'universo, se trovassi un lavoro decente, se fossi un'altra me, beh, ecco, allora forse starei meglio.

Macchepalle.



martedì 10 gennaio 2012

Modalità off

Il 2012, diciamolo pure, al momento mi fa abbastanza schifo.
Il peso della crisi economica dilaga in tutta l'Europa, c'è questa immensa nuvola nera che non fa presagire nulla di buono. Soprattutto quando mi collego su skype con l'Italia e le notizie non sono certo confortanti.
Il mio era un piccolo paese borghese, piuttosto snob e benestante. Uno di quei paesini in cui le madri di famiglia (compresa la mia), riprendono i figli da scuola con il suv, dove ogni casa (di proprietà) è circondata da un grande giardino e le terrazze si affacciano sulle colline toscane. Uno di quei classici posti dimenticati dal mondo in cui jeans e giacconi devono essere marchiati con il brand del momento altrimenti non sei nessuno.
Ho sempre criticato questo stile di vita esibizionista e farlocco, anche se sono riuscita a depurarmene con fatica e dopo tanti anni di lontananza.
Eppure ora mi fa tristezza pensare come tutto sia cambiato. Il mio paese viveva ed era ricco grazie alla produzione di mobili, un settore che adesso è praticamente morto. Chi decideva di abbandonare gli studi automaticamente diventava falegname o tappezziere. 
Oggi le cose sono un po' diverse. 
Le grandi aziende storiche, quelle in cui ha iniziato a lavorare la generazione degli oggi 60enni, hanno chiuso i battenti definitivamente, seguite ad effetto domino dalle ditte più piccole, scalzate dall'egemonia imperante di Ikea, Mondocasa e varie ed eventuali. Con una conseguente perdita del lavoro senza precedenti nella mia cittadina.
Le conseguenze si vedono nella tristezza dei negozi vuoti, costretti a rinunciare ai capi più belli e costosi per scegliere qualcosa di più economico, che tuttavia rimane invenduto nonostante i saldi anticipati. Si leggono nei bar vuoti, dove prima si sprecavano ricchi e abbondanti aperitivi. Si percepisce nella decadenza fatiscente di alcune strutture abbandonate, che furono un tempo vetrine delle mostre di mobili di design e fabbricati su misura.
Nuove popolazioni crescono e si arricchiscono. Ed ecco le nuove generazioni di cinesi che entrano nel mio negozio preferito da sempre, uscendone con mille euro di capi firmati in saccoccia. Almeno qualcuno fa girare l'economia.
Nel frattempo l'unico ristorante che si affolla è quello della Caritas, che oltre agli stranieri indigenti, ospita e supporta sempre più spesso famiglie italiane che hanno perso il lavoro, costrette a superare l'imbarazzo di chiedere un pacco con i beni di prima necessità all'interno.
Sono rientrata al paese per Natale e ho visto almeno 4 negozi che hanno chiuso nel giro di tre mesi.
Che dire, non lo so. Mi dispiace.
So di persone in gravi difficoltà, penso che potrei ritrovarmici anch'io.
In questi giorni sono triste, lo so.
Non voglio immalinconire i miei lettori, ma non riesco ad uscire da questo stato d'animo.
I colloqui degli ultimi giorni non hanno dato nessun risultato, al momento.
Il baby è scomparso. 
Ho scaricato il banker.
Insomma, punto e daccapo. E per qualche strano motivo mi manca l'Italia.
Avrei voluto che fosse andato tutto diversamente.
Invece è così. E allora per alleggerirmi l'anima stasera mi vestirò un po' all'inglese, mi attaccherò anche le sopracciglia finte se ce la faccio e poi vado al loro concerto